Judicium
Sommario
1. Primavera 1985. La Facoltà di Giurisprudenza della Luiss era nata da poco più di un paio d’anni. In Sala delle Colonne si svolgeva un interessante Incontro di studio sull’arbitrato. Io, appena arrivato a Roma, da Messina passando per Würzburg, come ricercatore nella anch’essa neonata “Tor Vergata”, ero lì insieme al mio maestro Nicola Picardi, il quale mi introduceva con il suo ben noto savoir faire nel mondo accademico romano (in quella occasione fui presentato, fra gli altri, a Natalino Irti ed a Carmine Punzi, dai quali avrei per lunghi anni successivi appreso molto, sul diritto, sulla accademia e sulla professione). L’ultimo relatore della giornata era Pasquale Chiomenti, avvocato ormai anziano, notissimo ed anzi mitico, soprattutto per gli studenti — ed erano tanti quella mattina come oggi — di una Facoltà orgogliosamente nuova e vocata alla formazione del giurista d’impresa ed alla propensione transnazionale. Pasquale Chiomenti era infatti il fondatore di uno dei primi e principali studi internazionali italiani ed era un grande arbitro. Al momento del dibattito si alza uno studente e chiede candidamente: “avvocato Chiomenti come si fa a diventare un buon arbitro?”. Chiomenti candidamente sornione risponde: “niente di particolare: si diventa anzitutto buoni anzi ottimi avvocati e poi la pratica arbitrale, se viene, viene da sé”.